Approfondimenti, Bimbi con i Libri

Halloween

Da qualche anno Halloween è arrivato anche qui in Italia. Criticato, demonizzato o festeggiato è stato comunque sentito e vissuto da tanti. Molte critiche arrivano probabilmente da gente che non ha approfondito l’origine di questa ricorrenza. Si tratta di una tradizione Celtica, nello specifico della festa di Samhain, il capodanno Celtico. La notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre, quando terminava la stagione più calda ed iniziava il freddo inverno, i celti festeggiavano e ringraziavano gli dei per la stagione passata, per i frutti raccolti ed il bestiame nutrito, esorcizzavano il timore per il freddo inverno e si preparavano a ripararsi e a  costruire utensili aspettando l’arrivo di una nuova stagione calda. I celti credevano inoltre che in quella notte svanissero le barriere che dividono il mondo dei vivi da quello dei morti tanto che questi ultimi sarebbero potuti tornare tra i vivi. Era per questo tradizione spaventare gli spiriti con enormi fuochi appiccati sulle cime delle colline. In realtà era anche l’occasione per riportare a case le mandrie dai pascoli estivi e rinnovare le distese erbose. come ogni tradizione antica nasconde un risvolto concreto, reale di vita e necessità. Con il passare dei secoli anche le tradizioni cambiano, si mischiano, si confondono e spesso si modificano. Nel XX secolo Halloween, importato dagli immigrati irlandesi negli Stati Uniti, ha iniziato  ad assumere caratteristiche macabre e commerciali.

Anche in Italia possiamo rintracciare credenze popolari, addirittura più recenti di quelle celtiche, che raccontano di quella unione temporanea tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Andrea Camilleri, con voce di bambino, descrive il giorno dei morti nel suo libro:  Racconti quotidiani

 “Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio. Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre. I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.”

L’origine di Halloween secondo Lily Poppins

c’era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, un gruppo di amici, piccoli e simpatici monelli che tutti insieme ne pensavano una e ne facevano cento! La piazza del villaggio era il loro parco giochi. Arrampicandosi tra un albero e una ringhiera, saltando cespugli e muretti tra una corsa  e una partita a pallone trascorrevano lunghi pomeriggi insieme senza stancarsi mai. Un pomeriggio, quando già stava per farsi buio, dopo aver giocato senza sosta si buttarono come sacchi vuoti sulle scale della fontana. Fu in quel momento che sentirono uno strano rumore provenire da non sapevano esattamente dove. Si guardarono l’un l’altro, si studiarono sospettosi fino a che … ma certo! Erano i loro stomaci che brontolavano gorgogliando come impazziti! E per forza! Talmente erano presi dal rincorrersi che non avevano fatto merenda. Come potevano fare? Se fossero tornati a casa certamente le mamme non li avrebbero fatti uscire di nuovo. Fu così che pensa che ti ripensa … i loro visi si illuminarono di quella luce che solo le birbonate possono accendere! Quella sera escogitarono il loro piano, un’idea geniale, per loro l’Idea con la I maiuscola! Talmente erano presi da tutto il discutere, pianificare, organizzare, che passò anche la fame ed ognuno se ne tornò a casa saltellando e con l’acquolina in bocca. Quella notte trascorse agitata, il sonno non arrivava tanta era l’emozione, il sole sembrava non voler mai salire e la maestra non aveva mai parlato così tanto in una mattina sola. Poi finalmente il driiiinnnn della campanella! Tutti pronti con il necessario che ciascuno aveva il compito di recuperare. Appuntamento al solito posto. Le scale della fontana si vestirono di stoffe colorate, maglioni infeltriti, forbici, colori, rami, fogli e gessetti. Un polverone confuso di stoffe volanti, polvere di gesso e rumore di forbici a lavoro ed alla fine eccoli pronti, uno per uno acconciati in maniera diversa: c’era un pirata uncinato e barbuto, uno scheletro pallido e barcollante, due fantasmini fruscianti, uno più alto  l’altro più piccolino, appresso arrivava un ragnetto con fili di lana come zampette e per finire una piccola strega senza la scopa che portava a tracolla una borsa a forma di zucca. Tutti impettiti convinti come erano di far paura, andarono di casa in casa e bussando alle porte, con voce tonate ripetevano in coro “dolcetto o scherzetto?”. Presto la voce si sparse, che in giro c’era una banda mascherata in cerca di merenda, così gli abitanti del villaggio sbirciavano da dietro le finestre e quando andavano ad aprire trattenevano un sorriso fingendo spavento e snocciolando nella borsa a forma di zucca caramelle, dolcetti e un po’ di frutta. Quella sera per fortuna quasi tutti se la cavarono senza scherzi, tranne i due soliti antipatici brontoloni che, rifiutando di dare qualcosa si beccarono un paio di pernacchie ma niente di più. Era il 31 ottobre di nessuno ricorda che anno, fatto sta che da quella sera ogni 31 di ottobre bande di piccoli mostriciattoli bussano alle porte al grido di “dolcetto o scherzetto?”.

Alla Piccola Banda

Ogni popolo, ogni epoca ha le sue credenze e i suoi riti. Il tempo che passa modifica, camuffa, spesso stravolge ma mai cancella del tutto  tradizioni e antiche usanze. Sarebbe importante andare sempre a vedere cosa c’è dietro i rituali e le antiche leggende perché possono svelare molto del passato e della storia che ci riguarda. Più semplicemente possiamo approfittare di eventi particolari per affrontare temi significativi. Nel caso di Halloween, quale momento migliore per lavorare sulla paura e su ciò che ci spaventa ?

La casa misteriosa G. Campello    IMG_7928

Questo libricino è ideale per iniziare un bel laboratorio sulla paura. La storia, nella sua semplicità, svela, pagina dopo pagina, quello che si nasconde dietro gli strani rumori che provengono dalle stanze della casa misteriosa nel paese tenebroso. Il finale del racconto è tutto da ridere e raccomanda ai piccoli lettori di non preoccuparsi troppo se dovessero sentire strani rumori, perché dietro c’è sempre una spiegazione,  a volte è anche divertente.

APPUNTI/SPUNTI

Il passaggio dalla lettura ad un momento più dinamico può avvenire attraverso un gioco:  un bambino alla volta si posiziona davanti ad un piccolo gruppo di suoi compagni, i quali dovranno mimare gesti e versi spaventosi. Il bambino che si trova davanti al gruppo dovrà guardarli e quando si sentirà pronto dovrà gridare la parola ridicolo! In quel momento i compagni passeranno a mimare versi e risate divertenti perché l’oggetto pauroso e la paura sono stati sconfitti. (l’idea del gioco nasce dall’incantesimo Riddikulus in Harry Potter. Questa azione può essere resa più efficacie dall’uso di bacchette magiche che i partecipanti possono costruite all’interno del laboratorio).

Per concludere una bella filastrocca che, come una formula magica, può aiutare i bimbi a cacciare i mostri:

Mostro del buio
Che respiri nell’ombra
Se non te ne vai io suono la tromba
Mostro schifoso se vieni vicino
Ti faccio annusare il mio vecchio calzino
Mostro sparisci
E se non ti vergogni
Ti vengo a trovare nei tuoi brutti sogni
Così d’ora in poi
Se incontri un bambino
Ti scusi, saluti
E gli fai anche l’inchino

di Anna Lo Piano

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3 pensieri riguardo “Halloween”

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