I piccoli racconti di L.P.

AMARANTO

In un tempo che è passato, in una terra lontana, sorgeva un piccolo villaggio. Le case, fabbricate con robuste pietre di montagna, a guardarle da lontano parevano disabitate. Segno della presenza di vita erano solo le rade, fievoli lucine che arrossavano i vetri delle finestre. Il paesaggio circostante appariva altrettanto desolato. Gli alberi rinsecchiti e spogli ed il rumoroso silenzio degli animali nelle tane incorniciavano il villaggio, creando un quadro triste e desolato. Amaranto, questo è il nome del villaggio, non era sempre stato così. Per secoli i suoi abitanti avevano condiviso ogni momento della loro vita ed i frutti del lavoro di ciascuno. Simbolo di Amaranto era la grande tavola, posta al centro della piazza intorno alla quale erano state costruite le case, nessuna era avanti o dietro l’altra, ma formavano un cerchio come in un girotondo. Gli abitanti erano soliti riunirsi intorno alla tavola per banchettare insieme e fare festa o per discutere di lavoro, mentre i bambini scorrazzavano allegramente fino ad addormentarsi sui gradini delle case ascoltando le storie leggendarie degli anziani. Venne un tempo in cui il destino parve scatenare la sua ira contro questi paesino. L’ultimo rigido inverno gelò inesorabilmente i raccolti. Il cibo scarseggiava. Gli animali fuggirono disperati dai recinti spinti dall’istinto di sopravvivenza.  Fu così che le porte delle case si chiusero come l’animo degli amaranti, nel tentativo di nascondere quel poco che ciascuno possedeva. Ai bambini venne proibito di giocare insieme. Per ognuno le giornate trascorrevano scandite da una penosa solitudine. Il vicino si trasformò in un nemico dal quale guardarsi le spalle per non essere sopraffatto. Nella casa contrassegnata dal numero due, perché fu la seconda casa ad essere costruita, viveva un bambino di nome Simone. Particolarmente silenzioso e solitario, passava ore ed ore a guardare attraverso i vetri chiusi della sua stanza. Rimirava assorto la piazza trascurata e le persone mute. Sentiva il cuore che gli si strizzava in petto. Non gli piaceva questa sensazione ma non sapeva dargli un nome. Sempre assorto nei suoi silenziosi pensieri era perennemente distratto. Con il passare del tempo questo suo comportamento cominciò a preoccupare i suoi familiari che però, presi dai loro problemi, finirono per mutare la preoccupazione in rabbia che sfogava in bruschi litigi. Un giorno, dopo l’ennesima lite, Simone uscì di casa sbattendo la porta e, senza voltarsi, si inoltrò nel bosco. Correva, correva e poi piano, piano, rimasto senza fiato per la corsa e l’agitazione, rallentò fino a cadere, stremato, ai piedi di una  quercia secolare. In un primo momento, nessuno si preoccupò di quella fuga, si trattava solo della reazione insensata di un bambino capriccioso e sciocco, pensarono tutti. Presto sarebbe tornato, si dicevano, inoltre il tramonto era vicino e nessuno usciva di casa quando il buio calava. Nel bosco intanto l’umidità della sera gelava l’aria. Simone tremava dal freddo così si rannicchiò, si strinse le gambe tra le braccia e poggiò la testa sulle ginocchia. Ad un certo punto gli parve di essere osservato. Intimorito sollevò cautamente lo sguardo, stringendosi ancora più forte su se stesso. Non poteva credere ai suoi occhi. Un piccolo scoiattolo, dai grandi occhi dolci, lo stava osservando. I due si guardarono per un minuto. “ciao piccolo” disse Simone. Lo scoiattolo arricciò il naso e disse “ciao”. Simone sobbalzò dallo stupore, per un secondo credette di essere veramente pazzo come pensavano tutti. Senza pensare disse “tu parli?” “Solo a chi mi sa ascoltare” rispose lo scoiattolo. Il bambino si sentì sollevato. Non era più solo. Raccontò al nuovo amico la sua storia, il piccolo animaletto conosceva bene la disgrazia che aveva colpito il villaggio. Simone aveva gli occhi gonfi di lacrime, non le trattenne più e sfogò d’un fiato tutta l’amarezza che gli stringeva il petto “Sono tutto sbagliato. Sono distratto e combino un sacco di guai. Faccio soffrire tutti perché, con tutti i problemi che hanno, io sono un peso inutile.” Si interruppe perché il pianto ingoiava le parole. Lo scoiattolo, che aveva ascoltato con attenzione quelle parole troppo penose per un bimbo, disse con un sorriso confortante “Io non credo che tu sia sbagliato. Al contrario, dimostri di essere molto sensibile. La sensibilità è un sentimento importante, la sua forza può prendere tante direzioni. In questo momento ti stai lasciando condurre da lei, per questo motivo soffri per tutto quello che ti circonda. Quando ti perdi nei tuoi pensieri e agli occhi degli altri sembri distratto, lo fai per sfuggire alle sofferenze che provi perché senti che le persone che ti circondano stanno perdendo la loro vita. La sensibilità che provi, l’impressione che il cuore ti si stringa in petto, è energia vitale, la tua risorsa!” Simone rimase colpito. Non aveva mai considerato che le situazioni avevano diversi punti da cui essere viste. Chiese allora al saggio amico cosa avrebbe potuto fare per utilizzare al meglio quel suo dono. Lo scoiattolo gli domandò “Dimmi una cosa bella che hai fatto ultimamente”. Simone ci pensò su. “Ho raccolto una margherita e l’ho portata in casa”. “Bene! Ora dimmene un’altra”. “A volte tolgo le foglie secche dalla piazza”. “Molto bene! Questo è sicuramente un modo per prenderti cura del tuo villaggio. Sento però che c’è dell’altro. Qualcosa di veramente unico e speciale. Puoi dirmi questa ultima cosa?”. Simone sgranò gli occhi. Sembrava che quel gentile esserino avesse la capacità di leggere nel suo cuore. Era imbarazzato. Si fece coraggio, non lo aveva mai confidato a nessuno. Arrossendo in volto, con gli occhi bassi disse “Io… insomma… di nascosto faccio dei disegni. Lo so che non devo sprecare i colori, ma dopo aver guardato dalla finestra disegno il villaggio, la gente, come vorrei che fossero. Come erano un tempo.” Lo scoiattolo si avvicinò, con la minuscola zampetta sollevò il viso del bambino. Simone si sentì riempire di speranza da quello sguardo profondo e tenero. “E’ il momento. Alzati!” disse lo scoiattolo “Torna al villaggio. Corri ad attaccare i tuoi disegni sulle case e nella piazza. Aiuta gli abitanti a guardare da un altro punto di vista.” Simone sentì una voce lontana che lo chiamava. Si scosse, strizzò gli occhi e si guardò intorno. Lo scoiattolo non c’era. Si rese conto di essersi addormentato. Lì per lì fu deluso dall’idea che si era trattato di un sogno, ma nella sua mente risuonava chiara ogni parola del saggio animale. Sorridendo corse verso la voce. Si trovò davanti all’intero villaggio. stupito domandò cosa li avesse spinti ad unirsi per cercarlo, superando le loro paure. Un anziano rispose “Eravamo in pena per te. Abbiamo capito che restando chiusi nelle nostre case ad aspettare non ti avremmo riavuto con noi. Così, abbiamo fatto quello che facevi tu: ci siamo affacciati alle finestre per vedere come tu vedevi . abbiamo trovato i tuoi disegni. Era tutto chiaro. Solo unendoci come un tempo possiamo rinascere e ricostruire una vita migliore per tutti.” Rientrarono ad Amaranto cantando. Simone attaccò i disegni si muri delle case, che, da quei disegni furono ricostruite. Per tutta la vita Simone ogni giorno guardava verso il bosco e salutava il suo amico scoiattolo.

 

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